Carnevale in Sardegna: i misteri e il significato delle maschere sarde

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Carnevale in Sardegna ha molti volti, ma significa soprattutto mistero, paura, rumore di campanacci, strade invase dalle maschere sarde, ognuna con un significato e una storia particolare.

L’atmosfera del Carnevale in Sardegna, specie nei paesi della Barbagia, è diversa da quella allegra e festosa che si respira altrove: questo perché il Carnevale riprende antichi riti agropastorali e rurali, dove l’uomo e gli animali sono i protagonisti indiscussi. Non si lanciano i coriandoli né si sentono risate grasse. Qui si aspetta con il batticuore l’arrivo dei Boes e Merdules a Ottana, dei Thurpos a Orotelli, dei Mamuthones a Mamoiada.

Ecco perché le maschere sarde sono così tenebrose e incutono paura; perché celebrano il rito dell’aggiogamento del bestiame da parte del pastore e la lotta perenne dell’uomo contro la natura.

Con le pelli di pecora come veste, le maschere di legno sul volto, il fazzoletto intorno alla testa, i pesanti campanacci legati sulla schiena, che suonano ritmicamente e la fuliggine sul viso quando questo è scoperto, il carnevale in Sardegna si colora di tinte fosche per poi esplodere in riti liberatori e goliardici che celebrano l’ironia dell’esistenza umana.

Ogni paese ha le maschere e le sue tradizioni:

 

1) Carnevale di Ottana: Sos Boes e Sos Merdules

Il Carnevale di Ottana, un paese a pochi chilometri da Nuoro, è considerato da studiosi e antropologi una reinterpretazione del culto dionisiaco. Il dio Dìoniso veniva celebrato con danze e riti propiziatori, perché facesse rinascere i campi all’inizio della primavera, dopo mesi di gelo e spesso privi di piogge. Ma c’è anche un’altra interpretazione, legata al “culto del bove”, nata nell’antichità nei Paesi del Mediterraneo e rimasta intatta in Sardegna nei secoli fino ad oggi.

Il toro è simbolo di forza e fertilità: il culto del bove da parte dell’uomo, che lo idolatra per invocare la fertilità delle mandrie, rischia di trasformare in animale anche l’uomo che tenta di addomesticarlo, cambiandone perfino i connotati.

Ecco quindi i protagonisti Sos Boes (i buoi) e Sos Merdules (i padroni dei buoi) in un inseguimento che diventa una danza e tende a esorcizzare la trasformazione dell’uomo in bestia.

La Filonzana, l’unica figura femminile tra le maschere sarde, impersonata però da un uomo, è la vecchia che tutti temono, curva e vestita di nero, con il vlto coperto da una maschera lignea. Porta in mano un fuso e la lana, come una delle parche della mitologia greca, pronta in ogni momento a tagliare il filo della vita. Predice la buona o la malasorte a seconda che gradisca o meno il vino che le viene offerto per strada.

Un’altra maschera è Sa partoja, la partoriente, che partoriva un pupazzo di stracci, dopo una danza lunga e faticosa che mimava le doglie del parto. Oggi non esiste più, ma è tuttora ricordata dagli anziani del paese.

Anche se tutte le maschere di Ottana vengono chiamate genericamente Merdules, i veri Merdules sono solo le maschere con fattezze deformi e paurose, coperte dalle pelli di pecora, avvolte nel tradizionale fazzoletto scuro (su muccadore) e caratterizzate da frusta e bastone per la sottomissione del bue.

 

2) Carnevale di Mamoiada: Mamuthones e Issohadores

Mamoiada è il paese dei Mamuthones e Issohadores. In una cerimonia, che viene ricondotta ai riti agropastorali della preistoria o i riti dionisiaci i Mamuthones, assoggettati dagli Issohadores, sfilano lungo le strade con un ordine e un ritmo preciso, come animali al seguito dei padroni.

I Mamuthones sono vestiti di pelli scure di pecora, indossano una maschera dalle sembianze inespressive e imperturbabili, ricavata dal pero selvatico, un fazzoletto femminile intorno alla maschera (sa visera): camminano con saltelli ritmici insieme ai compagni, facendo suonare all’unisono i 30 chili di campanacci legati sulla schiena.

I Mamuthones sono sempre dodici, uno per ogni mese dell’anno.

I saltelli sono la rappresentazione, sotto forma di danza, del passaggio continuo dallo stato normale allo stato di follia, di estasi dionisiaca: i Mamuthones, con movimenti cadenzati e ritmici, si dirigono verso la tappa finale, dove saranno sacrificati.

Gli Issohadores (i guardiani) sono sempre otto: liberi dal peso dei campanacci, possono muoversi con disinvoltura intorno al gruppo dei Mamuthones e minacciarli con la soha, il laccio mortale.

Mentre i Mamuthones sono cupi, lugubri e paurosi, gli Issohadores sono vestiti con abiti sgargianti, giubbe rosse su pantaloni bianco candido, uno scialle nero ricamato annodato sul fianco, il cappello nero legato sotto il mento con un nastro colorato e una cinghia in pelle a tracolla.

La prima uscita ufficiale di Mamuthones e Issohadores è il 17 gennaio, festa dei fuochi di sant’Antonio abate e inizio solenne di Carnevale.

 

3) Carnevale di Orotelli: i thurpos

I Thurpos (gli storpi) sono le maschere del Carnevale di Orotelli: i volti neri di fuliggine, i lunghi cappotti di orbace e i campanacci sulla schiena, i Thurpos mettono in scena la vita pastorale quotidiana: mentre alcuni impersonano i pastori, altri (i Thurpos Boes) si atteggiano a buoi, altri ancora a fabbri che mimano l’atto del ferrare i buoi. Anche i Thurpos portano i campanacci che fanno suonare per scacciare gli spiriti maligni; durante la parata acchiappano qualche spettatore dal pubblico e lo costringono ad offrire da bere, mentre il Martedì Grasso sono loro ad offrire da bere agli astanti, prima di iniziare il ballo folle detto Su ballu de Sos Thurpos.

 

4) Carnevale di Oristano: Su Componidori

A Oristano, Carnevale fa rima con Sartiglia, una delle poche giostre equestri ancora esistenti in Europa. La Sartiglia si corre l’ultima domenica e martedì di carnevale: protagonista assoluta è la figura di Su Componidori, scelto dai Gremi dei Contadini e dei Falegnami, da cui dipenderà la sorte del raccolto dell’anno. Più stelle infilzerà con la sua spada, più fecondo sarà il raccolto.

Tra le maschere sarde quella del Componidori è forse la più ieratica: il cavaliere, prescelto per diventare Componidori, si trasforma dal momento solenne della vestizione in un simbolo sacro per tutta la comunità.

Una volta vestito con gli abiti tipici (i pantaloni in pelle bianca, la camicia, il coietto, il cappello a cilindro, il velo in pizzo e la maschera), Su Componidori non potrà più toccare terra e monterà il suo cavallo da un tavolo (sa mesitta) per rimanerci fino alla fine della giostra equestre. Apre la corsa cercando di infilzare la prima stella in una corsa al galoppo e lascia poi il posto a tutti i cavalieri del suo seguito. Quando la corsa dei cavalieri è terminata, Su Componidori si sposta nella Piazza Manno e inizia Sa Remada: la corsa all’indietro sdraiato sul dorso del cavallo lanciato al galoppo, in atto di benedizione con un mazzetto di mammole (Sa pippia de Maiu).

 

5) Carnevale di Santulussurgiu: i cavalieri senza volto di Sa Carrela e’Nanti

Anche a Santu Lussurgiu, nelle vicinanze di Oristano, si corre un’antica giostra equestre: Sa Carrela ‘e Nanti, che significa “la strada di fronte”. Lungo la strada sterrata del paese si svolge una corsa spericolata tra le pariglie di cavalli bardati a festa. La strada è la via Roma, una lunga discesa di 350 metri, ricoperta di paglia e segatura per l’occasione, lungo la quale le pariglie di abilissimi cavalieri si sfidano nella realizzazione di coreografie spettacolari che mandano il pubblico in delirio.

Dominano la scena i cavalieri, i cavalli e il pubblico. I cavalieri, tutti rigorosamente di Santu Lussurgiu, devono indossare la maschera o avere il volto dipinto e dimostrare grandi capacità acrobatiche.

 

6) Carnevale di Bosa: Gioldzi e le Attittadoras

Il Carnevale di Bosa, conosciuto con il nome di Karrasegare, è forse il più giocoso e divertente tra tutte le feste della Sardegna. Il Karrasegare inizia il giovedì grasso, quando i gruppi di cittadini mascherati vanno in giro tra le case in cerca di prelibatezze da condividere durante il cenone della sera. Prosegue il sabato, detto “Il Sabato delle Cantine”, dove tutti i proprietari vinicoli aprono al pubblico le cantine offrendo calici di malvasia e termina il martedì grasso con la sfilata di Gioldzi (il Re Giorgio, simbolo del Carnevale) e le Attittadoras, le donne vestite di nero che cantano i lamenti funebri per la morte del re e che al tramonto scompaiono per lasciare posto alle maschere bianche, simbolo della fine del Carnevale.

 

7) Carnevale di Tempio: Re Giorgio, Ghjolghju Puntogliu, e sa Mannena

Anche nel Carnevale di Tempio, Re Giorgio, in dialetto gallurese Ghjolghju Puntogliu, è una delle principali maschere della sfilata dei carri allegorici.

Ma chi era questo Re Giorgio, che ricorre in ogni Carnevale della Sardegna? E’ Giorgi, una divinità pagana che, già in epoca pre-romana, doveva essere propiziata con riti e sacrifici per avere un raccolto abbondante: oggi, dopo sei giorni di festa e omaggi, il Martedì Grasso viene processato e bruciato sul rogo e con lui tutti i problemi di Tempio e della Gallura di cui viene considerato responsabile.

Mannena è la bella popolana che va in sposa a Re Giorgio. Insieme a lei sfilano Lu Traccogghju, un mix tra spirito animalesco e demoniaco, la Reùla, un esercito di morti, Su Linzolu Cupaltatu, le figure femminili coperte solo da un lenzuolo, imprevedibili e irriverenti.

Il Carnevale di Tempio è allegro e festoso: è considerato uno dei più bei carnevali allegorici dell’isola al pari di Viareggio, Cento e Fano.

 

8) Carnevale di Cagliari: la Ratantira e  Cancioffali

Il Carnevale di Cagliari è sempre stato famoso per lo spirito ironico e goliardico. Caratteristiche che si ritrovano nel Cagliaritano verace, scanzonato e ridanciano, sempre pronto a ridere degli altri, ma prima di tutto di se stesso. Il corteo vede sfilare i personaggi tipici della vita quotidiana della Cagliari dei tempi andati: da Sa panettera, la panettiera pettegola per eccellenza, a sa fiùda, la vedova inconsolabile, a  su caddemis , il mendicante.

Apre il corteo il banditore (Su Banditori), che gira per le vie dei quartieri storici declamando la filastrocca che tutti i Cagliaritani imparano fin da bambini: “Càmbara, Càmbara, Càmbara e maccioni, pisciurrè, sparedda e mummungioni!”. Un inno al mare e ai suoi frutti preziosi, ritmato da centinaia di tamburi che seguono il banditore e che sono la vera anima della Ratantira.

Il Carnevale termina con il giorno della Pentolaccia, quando la statua di cartapesta di Re Giorgio (Cancioffali) viene bruciata, tra gli schiamazzi e le risate, dando inizio all’ultima serata di esagerazioni e di follia, prima dell’inizio della Quaresima.

 

Scopri anche tu il Carnevale della Sardegna e le maschere misteriose.

 

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Photo Credit: Silvio Lorrai (copertina), Roberto Lecca (Sartiglia)